Chiara è sempre stata una sportiva appassionata e in particolare ha praticato Judo per anni. Solo qualche anno fa ha iniziato ad arrampicare e anche per lei è stato amore a prima vista. Ha fatto qualche corso con le guide alpine e ora frequenta la palestra Intellighenzia di Padova con regolarità due volte a settimana, mentre nel week-end le piace specialmente andare in falesia. Abbiamo iniziato a lavorare assieme qualche mese fa, perché da molto tempo accusava un dolore leggero al gomito che però non accennava a sparire. Temeva fosse un’epicondilite.

Il suo dolore è apparso sin dalla prima valutazione diverso da un’epicondilite. Chiara lo percepiva nella piega del gomito, soprattutto quando stringeva delle tacche o dei verticali lontani, con il gomito in completa estensione. Anche nel suo lavoro non andava molto bene: quella fastidiosa fitta la tormentava ogni volta che, con il gomito esteso, teneva in mano un oggetto del peso di poche centinaia di grammi. Molti anni prima aveva avuto un trauma a quello stesso gomito durante un combattimento di Judo. Un movimento improvviso in iperestensione che non era riuscita a controllare le aveva procurato un dolore simile che però si era completamente risolto in qualche mese. Che potesse centrare qualcosa, un fatto così distante nel tempo? Quel che le sembrava strano era che i due sintomi fossero davvero simili.

Ciò che i pazienti mi raccontano è la base di partenza per iniziare a sviluppare un’ipotesi di quale possa essere il loro problema. A partire da questa ipotesi, che generalmente è più di una, il mio lavoro consiste nell’effettuare dei test fisici di vario tipo, che vadano a confermare o disconfermare le varie possibilità. Questo processo viene normalmente chiamato ragionamento clinico ed è la base su cui ciascun professionista costruisce il proprio intervento riabilitativo. Nel caso specifico di Chiara ho iniziato con dei test in grado di indagare il movimento del gomito, per rilevare eventuali deficit di movimento passivo, chiamato ROM (range of motion). Quando si analizza un’articolazione periferica (le articolazioni assiali sono quelle della colonna vertebrale, tutte le altre vengono definite periferiche) è bene confrontare i due lati tra loro, almeno in prima seduta. Questo consente di tener conto di variabili anatomiche individuali, che rendono ciascuna persona diversa dalle altre. Potevo rievocare il dolore del gomito portandolo alla massima estensione, specialmente con il palmo della mano rivolto vero il pavimento (pronazione dell’avanbraccio). All’analisi specifica dei movimenti del gomito, mediante l’utilizzo di tecniche di terapia manuale, il dolore era riproducibile mobilizzando il radio rispetto all’ulna, e anche la palpazione del legamento anulare del radio evocava molto dolore.

Come prima seduta avevamo qualcosa da cui partire, ovvero l’obiettivo iniziale è stato quello di intervenire manualmente per mobilizzare l’articolazione del gomito e verificare se questo avesse effetto sul suo dolore. Il secondo step, che segue il momento valutativo, è quello di fare un trattamento di prova, per vedere se la proposta terapeutica ha un effetto immediato sul dolore del paziente, cosa che mi aspetto avvenga in un problema articolare come quello che sospettavo avesse Chiara. Ma non è sempre così!! Dopo qualche minuto di trattamento i test sui movimenti di iperestensione dimostravano subito un miglioramento. Potevamo essere quindi sulla giusta strada. Le indicazioni da seguire erano di scalare normalmente e osservare come si comportasse il dolore sia durante l’attività sportiva che al lavoro.

La settimana successiva, quando Chiara è tornata in studio, ho chiesto di raccontarmi com’era andata dopo il primo trattamento. Per qualche giorno il miglioramento era stato evidente, mentre negli ultimi giorni il fastidio aveva iniziato a farsi risentire un po’ di più. Questo andamento del dolore conferma che la struttura trattata è effettivamente il colpevole del problema, ma serve che anche l’apparato muscolare si modifichi e rinforzi per sostenere l’effetto positivo della terapia manuale. Mediante l’esecuzione di test di forza è emersa una debolezza dei muscoli estensori del polso e del gomito, paragonata al braccio sinistro. Durante la seconda seduta abbiamo continuato la mobilizzazione con terapia manuale e messo appunto un paio di esercizi che Chiara doveva eseguire tre volte a settimana, al fine di rinforzare i muscoli indeboliti. I primi esercizi erano fatti con manubri: peso e ripetizioni sono stati calibrati per lavorare sulla resistenza per un paio di settimane, perciò attorno alle dodici ripetizioni massimali. È importante sapere che per dodici ripetizioni massimali si intende movimenti eseguiti con un carico tale per cui la tredicesima non si riesce a farla. Ben diverso da come normalmente si fa, ovvero ne faccio 12 ma potrei farne 30! Nella prescrizione di un esercizio devo avere perfettamente in testa l’obiettivo per cui lo sto consigliando. Solo in questo modo posso ragionare sul lungo termine e proporre di settimana in settimana le modifiche che fanno avanzare lo stato di allenamento della muscolatura.

Dopo qualche settimana, il recupero stava andando molto meglio, il dolore era meno intenso e spesso scalando non lo avvertiva più, mentre al lavoro ancora talvolta si faceva sentire.  La progressione degli esercizi si era spostata verso un allenamento della forza piuttosto che della resistenza, perciò con un numero di ripetizioni minori degli esercizi, ma pur sempre massimale (es: 6-8 ripetizioni per 4 serie per due volte a settimana). Inoltre, l’attenzione non era più mirata all’allenamento del singolo gruppo muscolare degli estensori, ma di tutta la catena cinetica dell’arto superiore che coadiuva il movimento del gomito in estensione. Ad esempio, lavoro con i manubri distanti da corpo, per rinforzare il movimento che ancora dava il sintomo, e poi esercizi con gli elastici, per enfatizzare la richiesta di diversità di movimenti tipica dell’arrampicata. Nelle ultime sedute abbiamo introdotto anche l’esercizio di dead lift per rinforzare anche gli estensori del tronco e gli arti inferiori. Se è vero che si scala soprattutto con le mani, la mia idea è che gli arti inferiori prenderanno presto la loro rivincita anche nel mondo dei climbers.

Dopo un infortunio: la strada del recupero

Le otto sedute che ho effettuato con Chiara nell’arco di tre mesi, l’hanno vista protagonista di alti e bassi, come succede per chiunque affronti la riabilitazione di un problema o infortunio. La strada del recupero non è mai una teleferica che ci porta in vetta, è piuttosto un sentiero, più o meno tortuoso, che dobbiamo avere la costanza di seguire anche quando sembra riportarci a valle.  Siete voi i protagonisti delle vostre storie, io vi aiuto a raggiungere gli obiettivi, ma non posso mai sostituirmi alla vostra forza di volontà e tenacia. Chiara si è liberata di quel fastidioso dolore al gomito ed è stato specialmente merito suo.