Noi climbers facciamo dell’arrampicata quasi un a ragione di vita, e forse potrei togliere il quasi. Di certo uno stile di vita che coltiviamo durante la settimana su tacche di legno e prese di resina, mentre nel week-end difficilmente altri impegni ci distolgono dal piazzarci sotto una parete col naso all’insù. I nostri sforzi e fatiche si alimentano con l’idea del prossimo viaggio in chissà quale parte del mondo. Davide sapeva già a memoria la guida di Ceuse, anche se mancava ancora più di un mese alle sue vacanze, quella meta sognata da climbers di tutto il mondo era uno stimolo davvero forte per allenarsi al massimo. Dapprima il fastidio al gomito facendo Pan Gullich non lo aveva preoccupato troppo. “Metti un po’ di ghiaccio e pomata, fai stretching e soprattutto riposo! Ceuse si avvicina!!“, erano stati i consigli del suo compagno di cordata. “Appunto, Ceuse si avvicina!” era il pensiero fisso di Davide, “Che sia Epicondilite?”

Spesso comincia così, un fastidio più o meno forte, di notte o anche di giorno. A volte l’allenamento sembra farlo passare, ma spesso il giorno dopo si sta peggio. Soprattutto non ci sono riposo, stretching o ghiaccio, in grado di farlo andare via. I mesi passano e un po’ ci si convive, magari si cerca di scalare meno, si segue il consiglio di chi dice di fare riposo e questo a volte serve, si sta meglio… … fin quando non si riprende a scalare. A volte dopo qualche settimana, altre volte già alle prime tacche, quel maledetto fastidio torna a tormentarci e capita di demoralizzarsi davvero. L’epicondilite e l’epitrocleite sono le più comuni tendinopatie del gomito e tra gli infortuni che più frequentemente colpiscono i climbers. Una tendinopatia è uno stato di sofferenza del tendine, in questo caso rispettivamente tendine dei muscoli estensori (epicondilite) e muscoli flessori (epitrocleite) della mano. Il dolore solitamente è circoscritto, facile da localizzare e può presentarsi sia in modo costante che come una fitta, nella parte mediale o laterale del gomito.

I meccanismi che portino all’insorgenza di una tendinopatia sono ad oggi ancora poco chiari alla comunità scientifica che non ha ancora trovato un comune accordo. Le ipotesi sono svariate, ma gli studi iniziano a darci indizi importanti su come i nostri tendini funzionino e come possiamo renderli più forti, liberandoci anche dal dolore. Un tendine (o più in generale ogni componente dell’apparato muscolo-scheletrico) va incontro ad una maggiore possibilità di infortunio quando lo sottoponiamo a uno stimolo cui non è abituato, senza averlo adeguatamente allenato. Non tutti sanno che un muscolo sviluppa forza e attivazione neurale più velocemente di quanto si modifichino le proprietà del tendine e il suo spessore. Questo significa che un carico di allenamento eccessivo, picchi mal calibrati e riposi troppo brevi tra sedute intense, possano portare a una sofferenza del tendine che si traduce anche in dolore. Quel dolore che Davide ha iniziato a sentire dopo le prime sedute di Pan Gullich (PG) in preparazione al suo viaggio a Ceuse.

Eppure era allenato! La pianificazione di un periodo di allenamento è fondamentale per ridurre le possibilità di farsi male.  Una buona regola generale è costruire progressivamente la resistenza (es. giri al pannello) poi la forza (trave e boulder) e solo infine la forza esplosiva/velocità (boulder intensi e Pan Gullich).  La velocità è spesso ciò che fa emergere problematiche silenti nell’atleta, perché evidenzia debolezze altrimenti non individuabili facilmente. Così le prime settimane di allenamento dovrebbero essere finalizzate allo sviluppo della resistenza e via via delle altre capacità fisiche che possiamo allenare scegliendo i corretti strumenti e tempistiche di allenamento. Allenare la nostra esplosività solo quando abbiamo sviluppato un certo di livello di forza diminuisce le probabilità di farsi male.

Continua nella puntata 2!