Nella palestra Intellighenzia Project (Padova) siamo davvero molti ad allenarci, ma le pause pranzo non sono poi così frequentate. Quando non capisco come risolvere qualche boulder mi trovo spesso a chiedere consiglio a Paolo*, che apre la palestra a mezzogiorno. “Cla! Da due settimane ho un dolore al polso, mi dai un occhio? Non sta migliorando, e non vorrei peggiorasse.” Finalmente posso sdebitarmi! Il dolore al polso è insorto da circa un paio di settimane, senza poterlo ricondurre a un movimento in particolare. Non vi è stato alcun trauma, semplicemente si è accorto che dopo l’allenamento il polso era parecchio dolente. Ciò che sembrava scatenare il dolore erano i movimenti di compressione, mano aperta contro volumi più o meno distanti. I primi movimenti andavano bene ma dopo un po’ iniziavano i problemi. Niente volumi? Nessun sintomo.

Non sempre un problema muscolo-scheletrico porta un nome ben specifico. I casi più interessanti per me sono quelli in cui non è possibile fare una vera diagnosi, dando nome e cognome al problema, in quanto vi sono più fattori che contribuisco all’insorgenza del sintomo. Ciascuno di questi fattori si può considerare come il pezzetto di un puzzle. Solo quando il puzzle è davvero completo si può dire di vedere l’immagine nella sua completezza.

A una prima analisi sembrava possibile potesse trattarsi di un problema intra-articolare. Ogni volta che il polso viene premuto contro una superficie si generano delle forze al suo interno che si trasmettono alle superfici articolari dei vari “ossicini” che compongono l’articolazione del polso. Ho innanzitutto effettuato dei test fisici che potessero confermare questa prima ipotesi, ma essi sono risultati negativi. Dove stava allora il problema? Pur ampliando la gamma dei test manuali per il polso, non riuscivo a rievocare il dolore che Paolo sentiva arrampicando. Era necessario allargare l’inquadratura e individuare quale altra struttura potesse influenzare il suo dolore al polso. Così ho iniziato ad osservare tutto l’arto superiore, fino alla spalla. E alla spalla ecco il primo indizio. Il muscolo sottospinoso di destra era visivamente meno tonico del sinistro, così ho testato la sua forza, trovandolo più debole del controlaterale. Alquanto insolito per un atleta destrimane. Prima di continuare la mia analisi è necessario che faccia una premessa: avete mai sentito parlare di catena cinetica?

ph Cecilia Parrasia

Cosa vuol dire “catena cinetica”?

In parole povere, per catena cinetica si intende l’insieme di tutti i muscoli che collaborano nell’esecuzione di un determinato movimento. Per rendere un po’ più comprensibile il concetto vi faccio un esempio. I muscoli estensori del polso cooperano con i muscoli rotatori esterni della spalla in molte situazioni: ad esempio nel rovescio di un tennista così come quando stringiamo le tacche scalando. E’ abbastanza logico che quando un muscolo è indebolito, il resto della catena dovrà lavorare di più. Così il passo successivo nella valutazione di Paolo è stato valutare se la contrazione degli estensori del polso scatenasse il suo dolore: si, lo scatenava.  Avevamo un punto di partenza, ovvero rinforzare gli extrarotatori della spalla e vedere se solo questo era sufficiente a migliorare il sintomo al polso. Abbiamo effettuato immediatamente 6 ripetizione per 3 serie di rotazioni esterne della spalla. Paolo è molto allenato, non corro rischi a consigliare subito un carico alto, per ottenere una bella intensità nell’esercizio. Rivalutato il polso era già migliorato. Dopo aver analizzato la sua tabella di allenamento settimanale, l’ho integrata con degli esercizi specifici di rinforzo sia degli extrarotatori della spalla che degli estensori del polso. Paolo ha continuato regolarmente ad allenarsi. Non ho consigliato un solo giorno di riposo. L’unica accortezza che doveva avere era che il dolore al polso non superasse la soglia del “sopportabile”, e che non peggiorasse nelle 24 ore successive all’allenamento.

Dopo 3 settimane ci siamo rivisti per la seconda seduta. Il dolore al polso era un po’ migliorato ma non ancora sparito del tutto. Ho integrato la valutazione della prima seduta con altri test di forza, nel tentativo di non perdere nessun pezzettino del puzzle. Senza grossa sorpresa ho trovato una forza nella presa nettamente superiore a destra (normale per un destrimane). Questo dato, correlato alla debolezza dei muscoli estensori del polso, fa sospettare che durante una richiesta funzionale alta (nel caso di Paolo il movimento di compressione contro il volume) il polso non lavorasse perfettamente, producendo il sintomo doloroso. Il secondo pezzo del puzzle era quindi uno squilibrio della forza dei muscoli flessori ed estensori del polso destro. Abbiamo aggiustato la prescrizione degli esercizi rendendoli più intensi e coinvolgendo più muscoli della catena cinetica contemporaneamente.

Quanto conta la flessibilità?

Dopo altre 3 settimane, Paolo è tornato per il controllo. Ulteriore miglioramento ma non ancora totale guarigione. Mancava forse ancora un pezzetto? Com’era la flessibilità dei polsi? Quello di destra risultava evidentemente più rigido del sinistro. Anche la mobilità delle articolazioni gioca un ruolo importante nel nostro benessere fisico e nella performance. Ogni volta che Paolo esegue una compressione contro un volume, a causa della rigidità il polso non lavora in maniera ottimale. Non solo il polso ma tutte le strutture vicine, quindi potenzialmente anche il retinacolo degli estensori nonché i tendini che scorrono al suo interno. Alla quarta seduta abbiamo quindi affrontato anche la mobilità del polso e con un trattamento di prova di mobilizzazione dell’apparato tendineo del polso il dolore scompariva totalmente.  Aggiunto l’ultimo pezzetto del puzzle, il problema di Paolo è giunto al capolinea.

Ph Cecilia Parrasia

Casi clinici come questo sono stimolo e insegnamento. Ricomporre pezzo dopo pezzo l’insieme dei fattori contribuenti un problema è una parte del mio lavoro che mi affascina sempre. Lavorando con sportivi che sottopongono il proprio fisico a un carico di lavoro sempre alto, è affascinante riscontrare come sottili debolezze, che in una persona sedentaria non arriverebbero a dare alcun sintomo, siano invece la causa di problematiche che se non curate possono fermare l’atleta, professionista o amatoriale. Non mi piace parlare di diagnosi, anche se talvolta è necessario utilizzare termini specifici per inquadrare un problema. Ciascuna persona è unica, e necessita di un trattamento riabilitativo che sia unico e progettato su misura. Come sempre, il fisioterapista può guidarvi nella comprensione del problema, ma gli attori siete voi.

*nome di fantasia